Abbiamo vissuto da poco la festa patronale di S. Elena che, nella nostra tradizione, si lega in maniera inscindibile alla festa dell’Esaltazione della Santa Croce.
Un primo pensiero che si pone come evidente alla nostra riflessione ci è dato dall’immagine di S. Elena: porta la croce e la indica a ciascuno di noi.
Secondo la tradizione lei si è adoperata per il ritrovamento della croce di Cristo, per questo viene raffigurata in tal modo, ma non possiamo fermarci a questo, c’è una sapienza più grande che ci viene indicata.
È quella della croce.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce diventa per ciascuno di noi un invito a guardare il mistero della croce, a riflettere sulla sua importanza nella nostra vita.
Facciamo festa per la croce, perché è attraverso di essa che Cristo ci ha salvato.
San Paolo nella Lettera ai Filippesi spiega il mistero di Cristo incentrando il suo discorso sul sacrificio della croce: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte in croce» (Fil 2,5-8).
Siamo al cuore della nostra fede cristiana, San Paolo spiega il mistero di Cristo con lo schema dell’umiliazione e dell’esaltazione, ci fa comprendere il mistero immenso ed inesauribile dell’amore di Dio per gli uomini.
Il Figlio, da Dio che è, si è fatto uomo per noi, per salvarci, per dare a tutti la possibilità di una vita da redenti, da salvati, in una realizzazione autentica della vocazione umana.
Il Cristo vive questo abbassamento, questa umiliazione fino al dono totale di se stesso che è l’offerta della propria vita sulla croce.
Attraverso questo sacrificio si realizza il progetto di salvezza del Padre: Cristo ha portato il peso dei nostri peccati sulla croce per attuare quest’opera di liberazione e di riconciliazione con Dio.
Il sacrificio di Gesù sulla croce è prima di tutto un gesto di amore: Gesù si offre liberamente perché possiamo arrivare alla salvezza.
La croce non è però un fatto negativo, oscuro, ma è la strada che porta verso la gioia piena e vera della Risurrezione.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). La venuta di Gesù non è per la condanna ma per la salvezza.
Per la sua fedeltà Dio ha esaltato Cristo, per questa ragione ogni lingua può proclamare che Gesù è il Cristo: colui che è stato crocifisso e che ha vinto la morte è il Signore di tutti.
Il Signore Gesù ha portato il peso dei nostri peccati sulla croce per attuare quest’opera di liberazione e di riconciliazione con Dio.
Tutta la vita cristiana deve essere illuminata dalla salvezza che nasce dalla croce di Cristo, altrimenti non sarebbe autenticamente tale.
Sempre nella nostra esistenza sperimentiamo il limite della condizione umana, il dolore, la sofferenza, questo nella nostra vita personale, nei rapporti con le altre persone, nella società in cui siamo inseriti
In Cristo però è possibile andare oltre tutto questo, arrivare cioè ad una gioia che non viene da questa o quella situazione positiva, che ci incoraggia per un momento e poi svanisce subito, ma è radicata sul fatto che ci scopriamo amati da Dio e vediamo la nostra vita come una risposta al suo amore che ci viene incontro gratuitamente.
Nel cristianesimo la realtà della croce è davvero l’essenziale della spiritualità.
Seguire Cristo vuol dire davvero per ciascuno di noi compiere una personale via crucis, mettersi alla sua sequela anche quando questo costa e nei momenti in cui tutto sembra che cada e non ci sia più speranza.
Si tratta di vivere l’espressione di Gesù «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà» (Mc 8,35). Si perde, in qualche modo, la propria vita per la causa del Regno di Dio, perché si comprende che c’è qualcosa di enormemente più grande della superbia, del prestigio umano, della ricchezza, del successo, e questa vita la si ritrova trasformata, arricchita dal dono dell’amicizia con il Signore, che è capace di colmare tutte le attese del nostro cuore, di darci la vera gioia, quella che rimane, perché non è legata a questa o a quella condizione umana, ma si poggia sulla certezza della fedeltà di Dio.
Fotografa bene una situazione contraria a questo progetto di Dio S. Giacomo nella sua Lettera: «Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri» (Gc 4,2-3).
Chi cerca ad ogni costo solo se stesso e la propria riuscita individualistica in definitiva, anche se magari può ottenere apparentemente qualche risultato umano, trova solamente la propria sconfitta.
Gesù si pone come il nostro Maestro che indica la via della croce come unica possibilità per restare fedeli a lui, per vivere nella sua sequela.
La croce consiste prima di tutto allora nel realizzare la volontà di Dio nel quotidiano, spiega bene questo San Josemarìa Escrivà: «Quando vedi una povera Croce di legno, sola, senza importanza e senza valore… e senza Crocifisso, non dimenticare che quella Croce è la tua Croce: quella di ogni giorno, quella nascosta, senza splendore e senza consolazione…, che sta aspettando il Crocifisso che le manca: e quel Crocifisso devi essere tu» (Cammino, n°178).
Dobbiamo fare della nostra vita quotidiana un sacrificio nascosto, silenzioso, tutto può essere occasione di offerta a Dio, di fedeltà al suo progetto per noi.
Bisogna allora prendere sul serio, fino in fondo, gli impegni del nostro essere cristiani, il Vangelo deve essere lo strumento continuo di verifica della nostra esistenza. L’amicizia con Gesù, alimentata e sostenuta dalla Parola, dai Sacramenti, dalla preghiera, può essere la fonte per le scelte coraggiose che ci impone il nostro Battesimo.
Un antico inno liturgico riporta l’espressione, Ave crux spes unica, questo ci suggerisce come noi dobbiamo essere capaci di fare della croce di Cristo l’unica fonte della nostra speranza, il cammino da percorrere con slancio per arrivare alla gioia vera.
Di Don Roberto Piredda per Giovaninsede.it
