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Campi Scuola 09/06

Campo Scuola Giovani - Torino - Luglio/Agosto 2006

Prima di tutto mi presento: sono Michela, ho 21 anni e studio nella facoltà di ingegneria ambientale.
Frequento l’A.C. da un bel po’ di tempo ormai e da qualche anno ho anche la fortuna di seguire un gruppo di ragazzi delle scuole medie.
Generalmente nel periodo estivo L’A.C. propone i “campi scuola”, per ogni fascia d’età.
Durante lo scorso anno associativo si è discusso molto, specie nel gruppo giovani, sull’esigenza di esperienze forti, diverse dal solito, che siano in grado di risvegliare entusiasmo nel nostro cammino di fede ed una AZIONE sempre più concreta nel mondo.

Detto, fatto!

Dal centro diocesano è arrivata una nuova proposta che è stata in grado di coinvolgere 11 ragazzi di diverse parrocchie della diocesi, alcuni aderenti all’associazione, altri no. È stata senz’altro una bella esperienza anche da questo punto di vista: abbiamo avuto modo di conoscerci e di far conoscere l’associazione.
La proposta è stata questa: 12 giorni al Cottolengo di Torino per un’esperienza di volontariato.
Forse una proposta come tante, ma di sicuro un’esperienza unica.
Per esser sincera, all’inizio ho avuto un po’ di timore, non sapevo esattamente cosa mi aspettasse, in più tante persone mi impressionavano con racconti che ora posso giudicare fantasie.

Di certo però non potevo perdere l’occasione e ho accettato la proposta in tono di “sfida”:
“sfida” contro voci e paure che portiamo dentro, che ci trattengono dal dare di più e dal cercare più a fondo quel condimento in grado di dare carattere al nostro cuore;
“sfida” nei confronti di quanti dicono che l’A.C. non è più in grado di dar nulla a livello spirituale;
“sfida” nei confronti della cultura del “reality”, che di realtà ne mostra ben poca e che dice ai giovani “divertiti finchè sei in tempo” e poi li accusa di prender la vita sottogamba.
Cosa fa e cos’è il Cottolengo? S’inizia a capire dopo i 12 giorni.
Due espressioni rimangono subito impresse: “Provvidenza” e “Deo gratias”.
Sono queste due parole ripetute durante l’arco della giornata che ti fanno subito entrare nello spirito della Piccola Casa, un’atmosfera di totale affidamento e profonda gratitudine per ciò che il Signore ha pensato per quel giorno.
Ma è dopo i 12 giorni di fatica, risate, paure, amicizie, che rielaborando il vissuto riesci a capire meglio quest’opera, che altro non è se non un mondo, un esempio per il mondo, che non ha alcun timore di riconoscere e mostrare i limiti dell’umanità, sforzandosi allo stesso tempo, con grande operosità, di mettere sempre più al centro della propria vita Cristo.

Sofferenza, povertà, abbandono, sono questi i tratti che segnano gli ospiti dell’istituto.
“Sono loro le nostre perle” diceva il Santo fondatore Giuseppe Benedetto Cottolengo.
È questo lo spirito con cui laici volontari e persone consacrate donano parte del loro tempo o la loro intera vita, per chi ha avuto meno fortuna.
Insieme a noi erano presenti numerosi altri ragazzi un po’ da tutta Italia e ho avuto modo di condividere le mie impressioni con alcuni di loro. Mi ha colpito molto ciò che mi ha detto una ragazza di Padova, lì per la seconda volta. “Quello che ho trovato io, tra queste persone, è stato il vero me stesso”. Non sbagliava dicendolo!
Se ti poni totalmente a loro servizio, ricevi una pace e una gioia dentro che ti saziano! E senti sempre più la necessità di offrire qualcosa agli altri, che inizi anche a mettere da parte un po’ di ciò che in genere limita i tuoi rapporti con gli altri ( timidezza, chiusura d’animo, dimostrazioni di affetto) . E fai, con più naturalezza.
Sono semplici le parole che uso, ma non giudicatele banali, sono vere, si può fare esperienza di questo. Viene tutto dalla voglia di mettersi in gioco.

Qual’era il mio compito?
Fare i letti, pulire i mobili, apparecchiare, dare da mangiare, stendere, stirare, accompagnare i pazienti ai servizi, lavarli e tante altre cose necessarie nella vita di una persona!
Ma tutto questo lavoro, anche fatto perfettamente, a nulla vale se fatto senza carità. E allora massima cura anche alle cose più piccole nel rispetto delle esigenze e della dignità di ognuno di loro. Si ritagliano tanti momenti per stare insieme, ascoltare qualche storia o raccontarne qualcuna, fare un bans e ballare o cantare un po’, e ognuno fa quel che può!
Potrei raccontare tante scene anche strambe e simpatiche. Vi assicuro che il divertimento non manca!
Ciò che mi ha colpito di più della vita di questo mondo è stata la semplicità e l’incredibile routine delle giornate. Per me o per altri, può sembrare soffocante. Ma è di questo poco che sanno fare grande tesoro. Anche fatica o sofferenza, che sarebbe stupido nascondere, si trasformano in gioia e serenità interiore, perché sono vera offerta.
Mancanze ed errori non sono da nascondere, ma colpisce la capacità di riconoscere la colpa, di ascoltare un rimprovero e di ripartire.
“Caritas Christi urget nos” è la frase che si trova sopra ogni portone di ingresso della cittadella. È un invito forte per le strade di Torino, così come per noi giovani deve diventarlo
Famiglia, amici, colleghi, sono le prime realtà in cui colmare questa esigenza, ma non dimentichiamo di avere lo sguardo attento a tutto quello che abbiamo attorno.
Dovendo ragionare da ingegnere mi domanderei: da dove prendono l’energia per tutto questo prodotto?
L’energia è racchiusa tutta in un’unica parola: “preghiera”

Al mattino la comunità si riunisce nella chiesa maggiore e celebra le lodi e l’Eucarestia, principio di un’intera giornata di cui unico fine è Cristo stesso.
Sarebbe difficile però tenere quella stessa unione con Dio che si vive al mattino, se il lavoro non fosse costantemente supportato dalla preghiera.
Durante il lavoro basta un pensiero veloce o un semplice “Deo gratias”.
Ma per volontà del fondatore, le famiglie che compongono la comunità, si alternano costantemente per garantire, 24 ore su 24, il supporto della preghiera al lavoro.
Credo che sarebbe impossibile spiegare tanta grazia, senza tanto affidamento.
In quei giorni mi è capitata tra le mani una frase del Vangelo di Matteo (lascio a voi la lettura del resto del brano.): “Guardate gli uccelli del cielo”… (Mt 6,25-34).
Sembra una frase un po’ stramba o troppo astratta, ma si può raggiungere. Credo racchiuda tutta la spiritualità del Cottolengo. Totale affidamento, senza preoccupazioni, senza sconti, ma con umiltà e semplicità. A noi spetta solo (si fa per dire!), provare a volare.
È un obbiettivo lontano forse, ma l’importante è iniziare, provare ad abbandonarsi sempre di più.
Son partita con tre sfide e son tornata con una che è molto più grande delle tre messe assieme!
Alla fin dei conti quello che ho dato è stato solo un po’ di tempo e un pizzico di coraggio e ciò che ho ricevuto è stato infinitamente di più.
Di certo questa non è matematica dell’ingegnere!

La sfida ora è trasformare questa energia nuova in un’ azione concreta.
Credere, rischiare questa strada, con un po’ di coraggio e di determinazione in più, oltre errori e difficoltà, questo deve essere il primo obbiettivo di noi giovani.

Ancora una cosa sola…
“L’allegria non ha mai fatto male alla santità” (Giuseppe B. Cottolengo).
La gioia, l’allegria è lo stile di chi prova a percorrere questa strada.

Di Michela Garau per Giovaninsede.it

Giovani della Parrocchia Sant'Elena