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Categoria: MeditazioneIV Domenica di Quaresima. 04/04/2011

IV Domenica di Quaresima.

Il racconto del miracolo del cieco nato acquista tutta la sua portata teologica (kerigmatica, battesimale e pasquale insieme) dal contesto nel quale è inserito: la festa delle Capanne (cfr. Gv 7-10) durante la quale Gesù si rivela «luce del mondo» (Gv 8, 12).

Contrariamente alla nota guarigione di Bartimeo – anch’egli cieco – l’infermo non chiede nulla. È Gesù che posa lo sguardo su di lui. Solo secondariamente i discepoli prendono la parola mentre il cieco non parla ancora. E il discorso va a un tema fondamentale: la sofferenza, che la mentalità del tempo legava al peccato.

Gesù afferma che né lui «né i suoi genitori hanno peccato». La cecità (la sofferenza) indica piuttosto la situazione naturale dell’uomo.

La cecità è la personificazione simbolica dell’uomo non ancora illuminato dalla luce di Gesù Cristo.

La guarigione del cieco nato ci riguarda da vicino perché, in un certo senso, tutti siamo ciechi fin dalla nascita. Tutti siamo “malati”, e malati di una malattia tanto grave da non avere neppure la forza di rivolgerci a chi ci può guarire. È il “Medico”, quindi, che prende l’iniziativa; è Gesù che ci “visita” e ci “guarisce”.

Solo l’incontro con Cristo — Luce «che illumina ogni uomo» (Gv 1,9) — toglie il velo dagli occhi, riabilita l’uomo, lo restituisce alla sua piena dignità, gli permette di cogliere lo splendore delle cose e il sapore nuovo della vita.

Il cieco nato ha compiuto un itinerario dalle tenebre alla luce della fede in Gesù, in Colui che gli parla e gli sta davanti. Credere che Qualcuno gli ha dato la vista non è poi tanto difficile. Trovarsi in una situazione determinata da un fatto e riconoscerlo, è già una certa fede. Ma incontrarsi a tu per tu con Colui che ha cambiato la nostra situazione, con Chi ci ha strappati dalla notte della cecità e ci ha portati nello splendore del suo giorno, questa è la fede matura a cui si deve arrivare. Gesù non ci domanda di credere in una dottrina astratta, ma vuole una adesione piena e incondizionata alla sua persona.

Aderire a Cristo è acquisire la capacità di vedere la realtà di Dio, il mistero dell’uomo e della storia con occhi nuovi; è acquisire una mentalità di fede, assumendo come criterio di valutazione e di scelta la logica del Vangelo.

Tuttavia, tale obiettivo non è mai totalmente compiuto. Permangono sempre zone d’ombra, di impermeabilità alla luce. Lo spessore opaco della storia, gli avvenimenti drammatici in cui il cristiano è coinvolto, i miraggi del benessere possono ridurre la luce a lucignolo fumigante.

In un mondo in cui violenza, rivalità, ipocrisia e menzogna sembrano avere il sopravvento, la presenza del vero cristiano pone una forza di segno contrario che diventa accusa di queste opere di morte. La bontà è vita di amore, accoglienza, disponibilità, perdono; la giustizia è onestà, rettitudine, apertura alla volontà del Signore; la verità è adesione al Vangelo e ai suoi criteri, possibilità di essere liberi dalla menzogna del peccato e dalla sua schiavitù. Le tenebre sono incapaci di produrre, possono soltanto operare, ma la loro opera è sterile.

Se Cristo è la nostra luce, noi vediamo nella sua luce e diventiamo trasparenti manifestazioni delle opere di Dio per la sua gloria. «È in te la sorgente della vita, nella tua luce vediamo la luce» (Sal 35, 10).

 

Lius (Nicola Puddu)

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Giovani della Parrocchia Sant'Elena